XVII PERIEGESI – Tirana – Atene

(30 Agosto – 10 Settembre 2017)

I luoghi: Tirana, Durazzo, Apollonia, Valona, Oricum, Himera, Saranda (Onchesmos), Phoinike, “Occhio Blu”, Girokastro, Adrianopoli, Butrinto, Igoumenitza, Dodona, Arta, Necromanteion, Leucade, Aegion, piana di Eleusi, Atene

Partecipanti: Alberto, Angela, Concetta, Cristina, Daniela, Eugenia, Franco, Giorgio, Isa, Laura, Nora, Primo, Riccardo, Sandro, Teresa, Virginia.

Mercoledì 30 agosto. Il gruppo, proveniente in parte da Pisa, in parte da Roma e da Bari, si ritrova a Tirana, all’hotel Tirana International, in piazza Scanderbeg. Un albergo stile Hilton con affaccio sulla piazza, cuore pulsante di Tirana e manifesto dell’Albania. Alcuni si ritrovano al ristorante dell’albergo per una grigliata di pesce, la sala del ristorante è bella, con ampia vista sulla piazza. Dal caldo italiano siamo passati ad un fresco che per noi, abituati a ben altro, sa quasi di freddo.

 

Giovedì 31 agosto. Ilmuezzin, verso le 5, sveglia tutti, o quasi. La colazione è in una bella sala, ma, in quanto a cibo offerto, risulta assai modesta. Si parte a piedi per il museo archeologico in piazza Madre Teresa. Si percorre il lungo viale che va da Piazza Scanderbeg al Politecnico, pieno di edifici dall’architettura lineare, tipica del nostro Modernismo. Vivido il ricordo dell’EUR, di Latina… Insomma: sembra di essere a casa. Il museo archeologico, uno dei primi dell’Albania, è tale e quale a quando fu inaugurato (1946). Dunque quasi un “archeo museo”, anche dal punto di vista museologico. I pezzi sono assemblati con un rigido criterio cronologico, senza didascalie, senza indicazioni di provenienza. Una giovane impiegata si prodiga a darci spiegazioni, affrontando un’ampia discussione con i periegeti più dotti e informati. Ai fini di ampliare le nostre conoscenze archeologiche sull’Albania risulterà più proficua la visita al museo di Durazzo.

Usciti, sulla via del ritorno ci ristoriamo a un bar all’aperto, dove Riccardo ci legge un suo pezzo sull’origine dei Dori. Segue una discussione in cui quasi si convince che non sono, anch’essi, fenici. Torniamo in albergo e dopo una breve pausa usciamo per il pranzo. Alcuni scelgono il Ristorante “La Piazza”, nella via dietro il Museo di Storia. Ambiente ovattato, un po’ kitch, ma molto tranquillo. Si mangia internazionale, non male. Si spende meno di 10 euro a testa.

Una piccola siesta e alle 16.30 ripartiamo per la visita al Museo di Storia dell’Albania, proprio accanto al nostro albergo. Il primo piano è interessante con tanti reperti che vanno dal Paleolitico alla caduta dell’Impero Romano. Ci sono spiegazioni anche in inglese. Si percepisce un certo nazionalismo.

Ci rechiamo poi alla Moschea di piazza Scanderbeg, molto gradevole, con interno affrescato con simpatiche, semplici e schematizzate, scene di paesaggio.

Per la cena qualcuno resta in albergo, altri si avventurano in città. In tarda serata piazza Scanderbeg comincia ad animarsi di musica e suoni, sembra stiano montando dei palchi per uno spettacolo musicale le cui prove si protrarranno fino a tardi. Sono i festeggiamenti per la grande festa religiosa e nazionale che richiama pellegrini e visitatori da tutta l’Albania.

 

Venerdì 1 settembre. Alcuni di noi, i più mattinieri, hanno potuto vedere dalle loro finestre, la piazza riempita di persone che hanno fatto insieme la preghiera dell’alba.

A bordo del pullman con autista che parla solo albanese ci dirigiamo verso Durazzo. Durante il viaggio Primo introduce la giornata, poi incominciano una serie di contributi collettivi: Daniela ci parla di Cesare a Durazzo nelle fonti antiche, segue un acceso dibattito sulla figura di Cesare. Riccardo parla con entusiasmo dei Dori, su cui ha fatto delle ricerche notturne, forse per arrivare all’idea che fossero protofenici.

Durazzovisitiamo il museo archeologico che si trova in un edificio moderno, ben curato, interessante. Gentile e disponibile l’unica custode/bigliettaia. Il secondo piano del museo è ancora in riallestimento. Al piano terreno ci sono reperti provenienti dall’antica Epidamno/Durachiume dalle zone circumvicine.

Dopo il museo visitiamo l’anfiteatro, tutto circondato da costruzioni civili brutte e ingombranti, che sembrano prendersi a spallate l’un l’altra per dare un occhio nella cavea. In alcuni vomitorium, in epoca tardo antica, fu ricavata una chiesa di cui ancor si leggono bene le tracce. Fa impressione l’erosione del mondo antico: i palazzi sopra l’anfiteatro, abusato e spogliato, trasformato in cava; poi al suo interno una nuova vita che si inserisce, quasi teneramente, ma ne scardina anche la struttura più intima. La concretizzazione di una metafora.

Un gestore scorbutico finisce per allontanarci dal piccolo bar di fronte alla struttura antica dove sicuramente avremmo soggiornato a lungo, in preda ad animate discussioni. Si riparte per Apollonia. Lungo la strada una sosta ad una stazione di servizio. Poi il nostro autista ci porta a un ristorante di pesce di Fier, che appare però come una cupa e “lurida topina” (Orazio). Si prosegue pertanto fino al sito archeologico di Apollonia, che sorge su una colina che ha di fronte una pianura acquitrinosa. Si intravede in lontananza il mare. La linea di costa un tempo era assai più vicina e la città sorgeva vicino alla foce del Vouissa, che faceva anche da porto. Fu il suo interramento la causa principale dell’abbandono. Complici anche le plurime distruzioni dei Goti che qui razziarono per anni dopo la catastrofe di Adrianopoli (372 d.C.). E pensare che qui sorgeva una famosa scuola di retorica che richiamò anche il giovane Ottaviano, che qui ricevette la notizia dell’assassinio di Cesare. All’interno del sito archeologico vi è un ristorante assai semplice, con panche all’aperto e servizio molto sommario, ma il luogo ha un sapore periegetico e – complice la lentezza dell’oste – ci tratteniamo a lungo nella bella giornata di sole a parlare all’ombra dei quercioli. Il cibo non è eccellente, ma la spesa davvero irrisoria, 3 euro a testa.

Archeologi francesi stanno scavando il sito. Sono state messe in evidenza parti delle mura, l’agorà con odeon e il bouleterion, alcuni quartieri civili, la così detta “fonte delle ninfe”, che è a nord, alle pendici dell’acropoli, assai lontano dal luogo di arrivo. Finiamo purtroppo per non arrivarci, complice il caldo che si fa sentire nonostante una gradevole brezza. In un’altura all’interno dell’area c’è un secondo ristorante, in posizione amena, e dall’aria più accogliente. Ci fermiamo solo per bere e proseguire i dibattiti. Il bigliettaio (un archeologo) all’ingresso non ci aveva informato di questa seconda opportunità, parla un po’ d’italiano e ci fornisce delle informazioni utili in merito a luoghi che visiteremo domani; è un po’ ambiguo sulla necessità o meno di pagare i biglietti d’ingresso – che poi comunque acquisteremo – e suscita in Primo una forte diffidenza e antipatia.

All’ingresso ci sono i templi di Apollo e Artemide, che visitiamo per ultimi. Delle strutture templari antiche restano solo miseri lacerti, anche perché, sul tempio e mentre la città si spopolava, sono state costruite varie chiese e un convento. Le più antiche ci sarebbero sfuggite se non fosse stato per l’osservazione di Sandro che nota come una coppia di sposi sia andata a farsi le foto all’interno di un portone al piano terra della struttura che al primo piano ospita il museo. Ci affacciamo anche noi per osservare i resti di un pavimento mosaicato, forse di una villa tardo imperiale, su cui fu costruita una prima chiesa in epoca tardo antica. Più a lato una seconda chiesa, con tetto a capanna, con tre absidi – uno nel presbiterio e due nei transetti – e sulle pareti affreschi ben conservati, forse risalenti al tardo medioevo. Al centro dell’ampio recinto conventuale, che probabilmente insiste sul temenos della struttura templare antica, c’è una chiesa bizantina costruita con materiale di spoglio. Restaurata con fondi della comunità europea, è ancora officiata, con una bella iconostasi di un pittore del XVII° secolo e all’interno si respira la bella atmosfera sacrale propria delle chiese ortodosse e che invita a fermarsi e a meditare. Splendido e ricchissimo il museo, al primo piano di quello che doveva essere lo spazio residenziale del convento antico. Nella struttura sono raccolte le trouvailles del sito, ordinate in senso cronologico. Particolarmente bello il vasellame protocorinzio, testimonianza dei legami di Apollonia con la madrepatria. Abbondante anche la ceramica apula, di epoca ellenistica e romana, a sua volta testimonianza del periodo romano in cui gli scambi avevano voltato direzione: non più dalla Grecia propria verso queste colonie, ma dalla vicina Puglia e dall’Italia, ormai centro di potere indiscusso.

Si è indecisi se andare ad Amantia, ma si è fatto tardi e tutti sono concordi nell’evitare. Il tempo sta passando. Quelli di noi che hanno partecipato alle prime periegesi sottolineano come una volta un’occasione “impossibile” come questa avrebbe galvanizzato Riccardo (e non solo lui) a proseguire, a forzare, a andare oltre. Viene ricordato l’episodio in cui a Porto Cheli, in Argolide (V° Periegesi), ormai al tramonto, Riccardo insisteva per prendere il traghetto per dare un’occhiata all’isola di Spetze; non fu accontentato, ma ciononostante tornarono a Tholon che era quasi mezzanotte.

Si riparte per Valona (Vlore) dove arriviamo di sera, passando per brutte strade prima e per una comoda autostrada poi. Alloggiamo all’hotel “Partner”, moderno, ben accessoriato, senza coibentazione: né acustica, né luminosa. Per cena andiamo al “Gabbiano” (il nome albanese è molto più complesso). È un ristorante di pesce, dai tempi lentissimi: un’ora di attesa per la prima portata, ma il cibo è buono.

Sabato 2 settembre. Ci dirigiamo subito la Museo Storico di Valona, a pochi passi dall’albergo dove abbiamo soggiornato. Qui troviamo oggetti che documentano la storia della città: dal Neolitico ad Henver Hoxa. Una gentile custode ci spiega i vari reperti con grande, e garbata, valorizzazione nazionalistica della vicenda storica degli Illiri, di cui gli albanesi attuali si sentono i diretti (e unici?) discendenti. Illiri che, nella ricostruzione agiografica, non avrebbero mai invaso nessuno e che sarebbero stati, invece, invasi da tutti.

Procediamo poi verso Oricum, passando per un tratto di costa (siamo nel golfo di Valona) devastato da un’edilizia brutta e scellerata. Lungo il viaggio Daniela ci parla ancora di Cesare, delle legioni, della formazione quadrata, arrivando fino a Napoleone, alla stele di Rosetta, a Champollion…

Arrivati ad Oricum abbiamo difficoltà a trovare il sito archeologico. Tratti in inganno da una segnalazione ci dirigiamo verso l’interno, ma ben presto ci accorgiamo dell’errore e torniamo indietro. Per arrivare alla città antica bisogna attraversare una lingua di terra che separa il mare da una laguna interna. Il sito è su una piccola collina che fa da chiave di accesso, sia della laguna che della baia. Fu qui che Cesare sbarcò con le sue legioni nella guerra contro Pompeo. Qui, nella geografia della così detta “Odissea Adriatica”, i compagni di Odisseo avrebbero mangiato le vacche del sole, ipotecando per sempre il proprio destino. Il sito archeologico si trova all’interno di una base militare dove ci permettono di entrare previa identificazione e pagamento di un biglietto. Sul luogo troviamo all’opera una missione svizzero-albanese. La città antica sembra essere stata distrutta durante le guerre civili romane e da allora abbandonata. Al momento solo alcune piccole aree sono state scavate. La ricerca archeologica è, di fatto, agli albori. In verità c’era stato un precedente sovietico albanese degli anni sessanta che aveva fatto più danno che altro. Con abbagli drammatici: ad esempio quello che, con i primi scavi, era stato considerato un teatro, ad un più attento esame sembra esser un ninfeo. Scambiamo qualche parola con due giovani archeologhe che stanno scavando nella zona dell’acropoli della città antica. Sono alla ricerca di una chiesa bizantina che sembra (lo attesterebbero le fonti scritte) essere sorta laddove prima insistevano le strutture templari antiche. Alla fine ci ritroviamo tutti insieme sotto un grande fico a parlare di Dori (Riccardo) e della possibile nuova periegesi verso l’isola di